«Posso dire con certezza che il progetto di accorpamento di Rai 5 e Rai Storia è interrotto. In consiglio ho fatto pesare una serie di obiezioni per altro in un momento in cui la cultura è già pesantemente penalizzata a causa di una pandemia che le impedisce di esprimersi nelle sue forme più estese». Parola di Rita Borioni, del cda Rai.

Facendo un rapidissimo riassunto delle puntate precedenti della fiction prodotta dal presidente Marcello Foa con la regia dell’ad Fabrizio Salini, Rai Storia e Rai 5 stavano per essere accorpate in un unico canale tematico. Perché? Per ragioni economiche, ça va sans dire. «Di fronte a queste motivazioni da me ritenute risibili, ho fatto presente lo squilibrio del tutto, ribadendo – oltre alla necessità che le offerte dei due canali restassero con le loro peculiarità che non sono da poco e non si capisce chi e quanta quota della propria programmazione avrebbe dovuto cedere di conseguenza – che un segnale di questo genere in un momento come questo sarebbe stato un colpo mortale all’immagine della Rai presso un’opinione pubblica particolarmente attenta all’offerta culturale, qual è il pubblico di quei due canali tematici».

In buona sostanza, lo sciagurato progetto è rientrato. «Ho chiesto e ottenuto la formalizzazione della decisione, cioè il ritiro dell’ipotesi frutto di simulazioni che non tenevano conto di una serie di ricadute negative a fronte di un risparmio economico di fatto nullo». Una vicenda consumatasi all’ombra del cavallo di viale Mazzini che tuttavia mostra la corda di un servizio radiotelevisivo che va totalmente ripensato e ricollocato nella sua funzione pubblica, quale appunto dovrebbe essere, ma che nel tempo, a cominciare dall’apparizione sullo scenario televisivo di sua emittenza Berlusconi, ha inseguito al ribasso la tv commerciale coerentemente con la teoria del pongo: quel materiale che più lo abbassi, più si allarga. Mutatis mutandis, per allargare il consenso di una platea dalla bocca buona, bisognava schiacciare verso il basso l’offerta.

Ed è ciò che nel tempo è avvenuto, fino all’indistinzione fra gli stessi canali delle diverse aziende – pubbliche e private – se non attraverso il logo sul monitor. Un’operazione che, iniziata negli anni 80, è proseguita fino a…

L’articolo prosegue su Left del 6-12 novembre 2020

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