Sessanta anni fa il mondo scoprì che l’Africa non era una entità indistinta ma un complesso mosaico politico, culturale, economico. Nel 1960 diciassette Paesi acquisirono l’indipendenza e iniziarono travagliati percorsi. Cambiarono le carte geografiche di un continente e per un breve lasso di tempo si pensò che da quegli Stati, i cui confini erano stati tracciati dalle potenze coloniali, potesse nascere un mondo nuovo. Ancora oggi, nell’immaginario eurocentrico, si confondono popoli e Paesi in un unico oscuro calderone.

Proprio l’1 gennaio di quell’anno fatidico si rese indipendente il Camerun, con il presidente Ahmadou Ahidjo che provò a ricomporre il Paese. Con le dominazioni passate, si era creata una maggioranza francofona e una minoranza anglofona, permanendo poi ulteriori divisioni interne. Non riuscì nel compito, dovendo affrontare anche una guerra civile, ma il Camerun conobbe un periodo di relativa prosperità. Si dimise nel 1982 per lasciare posto a Paul Biya ancora oggi al potere con un regime autoritario.

Il 27 aprile nacque il Togo di cui…

L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

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