Memoria, parola quasi abusata come fondamento della convivenza civile che si basa sulla ricostruzione del passato. Ma non tutto si ricorda allo stesso modo. Come dirimere la questione?
Lo abbiamo chiesto a Filippo Focardi, uno dei massimi studiosi italiani dei meccanismi della memoria, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Padova, autore del libro Nel cantiere della memoria. Fascismo, resistenza, Shoah, foibe (Ed.Viella) che inaugura la collana dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri – Rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, di cui è direttore scientifico.

Come si pone lo storico di fronte alla Resistenza ed al rifiuto del nazifascismo di centinaia di migliaia di persone, uomini e donne, che hanno combattuto, senza alcuna dichiarazione di guerra?
Da tempo la storiografia, influenzata da Claudio Pavone, ha posto l’attenzione sul nodo della scelta che gli italiani e le italiane hanno compiuto dopo l’armistizio, nella situazione di grande incertezza causata dalla resa del settembre 1943. Accanto alla Resistenza in armi – fatta dai partigiani e dai militari cobelligeranti – sempre più si è messa in risalto una Resistenza disarmata, una Resistenza civile, caratterizzata da una vasta gamma di forme di opposizione all’occupazione nazifascista: si pensi all’aiuto ai prigionieri di guerra alleati in fuga, al soccorso prestato agli ebrei, così come ai numerosi atti di protesta e di sostegno ai partigiani e ai perseguitati di cui furono protagoniste soprattutto le donne. Questo non ha significato riproporre il vecchio mito del “popolo alla macchia”, cioè la visione epica di un popolo intero di antifascisti in rivolta. È stato piuttosto un allargamento del punto di vista, utile anche a reagire a una lettura diffusa all’inizio degli anni Novanta (inaugurata da Romolo Gobbi e sostenuta da Renzo De Felice) che, per contestare quel vecchio mito, tendeva ad un drastico ridimensionamento della Resistenza vista come una lotta fra due minoranze in armi – fascisti contro antifascisti – che si azzuffavano in uno scenario segnato dall’immensa “zona grigia” di coloro che non ne volevano più sapere della guerra e cercavano solo di uscirne sani e salvi. Molti italiani e italiane in realtà, anche se non salirono in montagna, non restarono inerti ad attendere l’arrivo degli Alleati, manifestando un’ostilità crescente nei confronti di Salò e disobbedendo sempre più spesso alla sua autorità. Va detto che, sul piano della memoria pubblica, l’attenzione ad una Resistenza allargata, corale, ha significato in questi ultimi anni portare in prima fila tanto la figura dei civili, uomini e donne, capaci di atti di solidarietà verso i perseguitati (vedi la figura dei “giusti”, salvatori di ebrei) quanto i…

L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

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