Da tre decadi navighiamo a vista tra i marosi della politica, stretti ai tronchi di una zattera legati dai fili di una solida identità che ci mantiene a galla, ci fa resistere e continuare a guardare alla politica come base del vivere civile. Abbiamo assistito a disastri ambientali, saccheggio delle risorse del pianeta, distruzione del mondo del lavoro, crollo di un intero mondo politico; liquefazione dei partiti storici. Inermi, siamo stati travolti da una potente ondata di populismo, quello grillino e quello delle destre reazionarie e razziste, privati di ogni rappresentanza politica: “ininfluenti”, come commenta ogni volta, sconsolato, un amico. Ora, fronteggiare l’emergenza Covid, ci può aiutare a dare una spallata ai populismi e a rimettere al centro della politica temi importanti: sanità pubblica, lavoro, istruzione e ambiente. Guidati da un governo M5s, meno rete e più partito, e da un Pd, che fa del tacere e dello stare immobile la sua cifra politica, abbiamo avuto un governo che si è dovuto occupare dell’emergenza ed ha amministrato più che governato, e quando è stato chiamato a misurarsi con la politica, per la presidenza del G20, ha dato pessime prove di sé. Greenpeace denuncia: «Il governo spieghi perché ha affidato a un manager Eni il ruolo di referente del tavolo ambiente e energia del G20». Eni, un’azienda con uno dei più alti tassi di emissioni al mondo; mentre al tavolo tecnico per le imprese manda Confindustria chiudendo ai sindacati.

Non andrà tutto bene. Trent’anni fa si è creduto che in Italia ci fosse bisogno di un grande partito socialdemocratico e riformista e che fosse necessario convertirsi al neoliberismo archiviando lotta di classe, eguaglianza e cultura, o per dirla con Gramsci «l’egemonia culturale». Si è mandata in soffitta l’utopia, quella di “un altro mondo è possibile”, o, come dice D’Alema: «Abbiamo appannato la nostra identità per inseguire la maggioranza», così oggi non abbiamo un partito rivoluzionario né uno riformista. Inermi abbiamo affrontato la pandemia, che ci ha sottratto gli affetti e si è abbattuta sul mondo del lavoro colpendo donne (-4,7%) e giovani (-8%). Nella legge di bilancio c’è la proroga del divieto dei licenziamenti fino al 31 marzo, dopodiché questi dati li dovremo aggiornare. L’onda lunga della pandemia la sentiremo negli anni a venire, quando all’interruzione forzata del percorso di formazione dei giovani corrisponderà un lavoro meno qualificato, sottopagato. Ma i lavoratori, donne e giovani, espulsi o che non avranno accesso al mondo del lavoro, cosa faranno, cosa penseranno, quali risentimenti coveranno? Quale movimento riuscirà a canalizzarli in energie positive volte al cambiamento? I movimenti? Con loro vinci le battaglie (referendum acqua pubblica e Costituzione 2016) e perdi sul terreno degli obiettivi concreti. Per questo ci vuole un partito che rappresenti queste istanze. «Un partito – come diceva il costituente Mortati – che faccia da cerniera tra società civile, società politica e istituzioni». Il rapporto tra Partito e Stato andrà approfondito; quello tipico dell’Occidente capitalistico non va universalizzato.

Quale partito? Non convince il coro dei politici che invoca un partito della sinistra, né asserzioni del tipo «riformare il capitalismo» di un D’Alema. Non è proponibile la “rete”. Il partito di cui la società italiana necessita deve avere un piede nei movimenti e uno nelle istituzioni; rimettere al centro i grandi temi (come facciamo con questa storia di copertina), avere la capacità di orientare gli umori, capire le aspirazioni e convogliarle in un programma politico credibile e aggregante. Un partito in grado di assumersi la responsabilità, che non deluda, ma abbia idee, ovvero metodo, prassi e teoria.

Quale “forma” di organizzazione per questo “partito” non è possibile dire, a meno che non si voglia partire da uno schema pregiudiziale. I partiti sono un prodotto storico (come raccontiamo in un libro sulla scissione del 1921, dal 15 gennaio in edicola, ndr) determinato dalle società in cui nascono e dalle leggi elettorali vigenti. Si può solo far riferimento all’art. 49 della Costituzione che pone a soggetto della formazione dei partiti «i cittadini» e indica la partecipazione dal basso alla politica nazionale con metodo “democratico”. Un diritto di libertà ribadito dall’art.12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: «I partiti politici a livello dell’Unione contribuiscono ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione». Dovranno dunque essere “i cittadini” a farsi artefici della rinascita di un partito della Sinistra, quelli che, a dirla con Marx grazie alla «riforma della coscienza» vedono «che da molto tempo il mondo ha il sogno di una cosa». Cittadini, che, noi speriamo, abbiano un gran “bagaglio” di sogni.

L’editoriale è tratto da Left del 15-21 gennaio 2021

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