«La destinazione principale delle deportazioni dall’Italia, come dal resto d’Europa, fu il campo di Auschwitz. Gli ebrei che vi giunsero dall’Italia furono più di 6mila. Altri trasporti partiti dall’Italia furono diretti a Bergen Belsen. Gli oltre 400 deportati che furono rinchiusi in questo campo, riuscirono a salvarsi in quanto furono oggetto di scambio con tedeschi nelle mani delle potenze alleate. Alcuni trasporti, quelli partiti dall’Italia dopo il novembre 1944, furono diretti verso i campi di Ravensbrueck e Buchenwald, poiché ad Auschwitz era cominciata la fase di liquidazione del campo. Altri ebrei caddero nei rastrellamenti anti partigiani e, non riconosciuti come ebrei, furono deportati in campi di concentramento destinati agli oppositori politici. Le vittime della Shoah in Italia furono oltre 7mila; i superstiti rientrati in Italia dalla deportazione furono il 12,5% del totale».

E poi ci sono gli internati ad Auschwitz provenienti dai nostri possedimenti dell’epoca nel Dodecaneso, 1.815. Di questi, sappiamo solo che sopravviveranno 178 persone della comunità ebraica di Rodi.

Questa tragica conta, che mette una volta per tutte nero su bianco le responsabilità italiane nel compimento dell’Olocausto, è un estratto del progetto I nomi della Shoah, progetto della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea coordinato dalla storica Liliana Picciotto.

Sono cifre che infrangono la narrazione purtroppo ancora dominante che dipinge l’Italia come un attore assolutamente di secondo piano nello sterminio di ebrei, prigionieri politici, slavi, rom e altre minoranze che si è consumato durante la Seconda guerra mondiale per mano del Terzo Reich. Per non parlare della vulgata secondo cui il popolo italiano, in fondo, avrebbe fatto il possibile per impedirlo.

Cifre che lo storico Carlo Greppi riprende nel suo prezioso ebook La nostra Shoah (Feltrinelli, 2015). Nel saggio, tra le altre cose, ci ricorda che seppure le vittime dell’Olocausto italiano furono effettivamente poche se prendiamo a paragone i Paesi dell’Europa orientale, su questa vicenda si è scelto di non fare i conti. Come testimoniano anche la letteratura e il cinema. Greppi, ora in libreria con L’antifascismo non serve più a niente (Laterza, 2020) ne ha parlato con Left. Ma partiamo dall’inizio.

Possiamo dire che l’Italia abbia partecipato senza riserve alla Shoah?
Innanzitutto l’Italia perseguita con convinzione, senza alcun tipo di pressione da parte della Germania nazista, gli ebrei italiani e stranieri che risiedono sulla penisola nel 1938, quando vengono emanate le leggi razziali fasciste. Comincia allora quella che gli storici hanno chiamato “la persecuzione dei diritti”. Si tratta di un elemento fondamentale per isolarli, oltreché naturalmente per individuarli. Successivamente, con…

L’intervista prosegue su Left del 22-28 gennaio 2021

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