Non è solo l’unica presenza fissa nei Litfiba, ma anche una delle star più rappresentative del panorama rock italiano. Federico “Ghigo” Renzulli si racconta senza filtri al nostro settimanale. A partire dalla cantina di via de’ Bardi, là dove tutto nacque negli anni 80, sino alla reunion con Piero Pelù alla fine degli anni Duemila. E all’ultimo progetto solista del chitarrista e autore campano di nascita e fiorentino di adozione, No.Vox. Un viaggio musicale di oltre quarant’anni, con sullo sfondo un’Europa che cambia. Ma partiamo dall’inizio.

La tua infanzia. I primi contatti con la musica. Il tuo rapporto con i tuoi genitori.
La mia infanzia è stata molto felice. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia unita e compatta, di mentalità un po’ all’antica e patriarcale, ma che mi ha dato una educazione rispettosa dei valori umani basati sul lavoro, sugli ideali e sul rispetto degli altri. Il mio rapporto con i genitori è sempre stato ottimo, anche con mio padre, un uomo all’antica tutto d’un pezzo, con cui ho avuto a volte qualche diverbio ideologico ma che ho sempre rispettato ed onorato. La passione per la musica invece me l’ha trasmessa mio nonno, diplomato in corno al conservatorio di Napoli. Fin da bambino mi faceva ascoltare la musica classica, l’opera e soprattutto la musica napoletana interpretata dai più famosi tenori dell’epoca.

Nel tuo libro 40 anni da Litfiba racconti tanti decenni. Ci parli dei tuoi anni Settanta?
Quelli furono per me gli anni della scoperta del mondo e della vita. Fu un periodo duro e difficile per l’Italia, ma nonostante tutto c’era la voglia di migliorare la società e di lottare per raggiungere questo scopo. Ero un ragazzo che ebbe comunque la fortuna di vivere la sua gioventù mentre si stavano affermando stili di vita alternativi e anticonformisti, e feci esperienze di tutti i tipi, sia belle che brutte, passando attraverso il mio periodo “lisergico”, il servizio militare e lunghi periodi vissuti all’estero, senza mai dimenticare la musica e la mia chitarra, che con forza sempre maggiore entravano a far parte della mia vita.

La cantina di via de’ Bardi a Firenze. Da qui è partito tutto. È ancora meta di pellegrinaggio?
Con il senno di poi devo dire che all’epoca fui un vero pioniere. Quando trovai il locale e lo feci diventare, con tanto sudore e tanto lavoro, una sala prove, non me ne rendevo conto. Seguivo solamente il mio istinto che era quello di un ragazzo che voleva vivere e godere della sua musica e che non si tirava indietro davanti a niente per farlo. Fu un luogo importantissimo dove…

L’intervista prosegue su Left del 22-28 gennaio 2021

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