La partecipazione, ben remunerata, del senatore Matteo Renzi alla Conferenza sull’innovazione nei giorni scorsi in Arabia Saudita e le sue imbarazzanti dichiarazioni su un «Rinascimento» saudita hanno involontariamente prodotto un effetto positivo. Renzi ha ammesso di invidiare le modalità di Riyad di contenimento del costo del lavoro. Neanche una parola sull’assolutismo della famiglia reale, sui legami con il terrorismo, sull’applicazione della pena di morte e di pene corporali, sulla condizione femminile. I bassi salari e l’assenza di diritti sono resi possibili grazie ad un sistema che si sintetizza in una sola parola «kafala».
Si tratta di un sistema di regolamentazione del lavoro migrante in voga nei diversi Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Arabo (Gcc) che comprende: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Bahrain e Qatar.

Kafala significa sponsorizzazione o patrocinio, ma si traduce anche col concetto tradizionale di “ergersi a garante” e in “prendersi cura” di chi non è in grado di badare a se stesso, come un minore, o forse una donna, uno straniero? Chi vuole lavorare nei Paesi Gcc necessita di un “kafeel” (sponsor).
La kafala fa perdere ai governi ogni responsabilità; le competenze su ogni aspetto della vita del dipendente ricadono sullo sponsor – che spesso coincide col datore di lavoro -, dal permesso di ingresso, al rinnovo, al visto di lavoro, alla cessazione del rapporto al trasferimento a altro datore di lavoro fino alla disponibilità a garantire un permesso di uscita.

Lo sponsor ha in mano la vita della persona entrata, dalle condizioni salariali ai documenti che consentono di restare legale. Sovente viene requisito il passaporto di chi lavora, il salario – già basso e tagliato anche del 50% in pandemia – spesso non viene corrisposto e, non da ultimo, ogni denuncia di abuso e di sfruttamento porta chi lavora a non poter esigere i propri diritti. Sono centinaia i casi rilevati da Human rights watch (Hrw ) di abusi, violenze, stupri per le lavoratrici e pene corporali per chi prova ad opporsi, fino a 300 frustate. Parliamo di Paesi in cui i diritti sindacali non sono garantiti e il rispetto dei diritti individuali è affidato ai datori di lavoro, senza alcun controllo.

Chi lavora può essere in qualsiasi momento licenziato e deportato nei Paesi di origine, condizione che gli Stati di provenienza non sono disponibili ad accettare.
Il Bangladesh, ad esempio, ha sottoscritto nel 2015 un accordo bilaterale per l’offerta di manodopera che ha portato decine di migliaia di donne ad una migrazione pressoché forzata, almeno 50mila nel solo 2019. Sia le famiglie che il Paese di partenza, malgrado i salari bassi, dipendono ancora dalle rimesse dei migranti. Il ministro degli Esteri del Bangladesh ha definito gli…

L’articolo prosegue su Left del 5-11 febbraio 2021

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