È passato più di un anno da quando la Turchia ha lanciato l’ultima operazione militare contro il nord-est della Siria, noto anche come Rojava. I soldati di Ankara, nell’ottobre del 2019, sono penetrati in territorio siriano con il benestare degli Stati Uniti e da quel momento controllano una fascia di territorio che va da Serekaniye ad est fino a Tel Abyad ad ovest, lungo il confine turco. La popolazione residente, in maggioranza curda, si è trovata improvvisamente sotto il giogo della Turchia e delle milizie filo-turche, costretta ad assistere inerme alla distruzione della società tanto faticosamente costruita nei nove anni di guerra. Ma la presenza turca nel nord-est rappresenta un pericolo anche per i villaggi vicini e più in generale la sicurezza della regione. Durante il periodo estivo, per esempio, la popolazione di Deir ez-Zor si è trovata più volte senza acqua a seguito delle ripetute interruzioni nella fornitura idrica decisa dalle milizie filo-turche e sono sempre più numerosi gli episodi di violenze, rapimenti e confische arbitrarie perpetrate dai gruppi fedeli ad Ankara.

Recentemente, a preoccupare le Syrian Democratic Forces sono stati anche i bombardamenti che hanno interessato l’area di Ain Issa, villaggio del nord-ovest della Siria vicino all’area controllata dalla Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan durante la campagna elettorale americana ha più volte minacciato un nuovo intervento contro i curdi lungo il confine e l’obiettivo primario sembrava fosse la conquista di Kobane, città simbolo della vittoria dei curdi contro lo Stato islamico. A seguito della sconfitta di Donald Trump alle urne Erdoğan ha abbassato i toni, ma la tensione lungo il confine resta alta.

Nonostante la minaccia costante e il timore di una nuova invasione, la popolazione del Rojava non ha intenzione di lasciarsi intimorire, né di rinunciare alla sua rivoluzione. Curdi ed arabi continuano a costruire giorno dopo giorno una società più egualitaria, dove le decisioni sono prese collettivamente e in cui si tiene conto dei bisogni della comunità così come di quelli dell’ambiente, anche sotto il profilo economico.
Per riuscire a raggiungere questi obiettivi, l’Amministrazione autonoma del Rojava ha puntato anche sulla creazione di un’economia alternativa a quella capitalista, che metta al centro i lavoratori e il benessere della collettività, piuttosto che il mero profitto e il guadagno individuale. Alla base di questo sistema vi sono le cooperative, create grazie al contributo di…

L’articolo prosegue su Left del 12-18 febbraio 2021

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