Il 17 febbraio, andrà in onda su Radio Frammenti, progetto radiofonico ideato e diretto da Maria Genovese, un’intervista ad Angela Antonini e Paola Traverso, autrici nel 2011 di un adattamento drammaturgico in forma di monologo del Candelaio di Giordano Bruno. Nei prossimi mesi verranno proposti degli approfondimenti sull’opera in una serie di puntate radiofoniche. Ho seguito il loro percorso di studio e messa in scena iniziato dieci anni fa e alcune delle numerose e prestigiose tappe, condividendo una ricerca appassionante sulla questione della lingua italiana e del “volgare bruniano”, che toccherò qui nei suoi punti essenziali.
Giordano Bruno, dopo il De umbris idearum che racchiude in sé i fondamenti teorici della sua «nova filosofia» pubblica Il Candelaio, una commedia in volgare, perché?

Autorevoli studiosi sono concordi nell’affermare che la scelta del volgare non sia stata casuale in quanto dal 1583 al 1586, tra Parigi e Londra, Bruno pubblica anche i sei dialoghi italiani ma continua a scrivere opere in latino.
Questa scelta si può spiegare da una parte con la volontà di esprimere la sua filosofia con un linguaggio nuovo, lontano dal latino pedantesco praticato nelle università e strettamente legato al chiuso universo aristotelico; dall’altra con una consuetudine già ampiamente attestata nei testi scientifici delle corti europee. Inoltre, i dialoghi filosofici come anche le commedie erano due generi di successo nel Rinascimento. Bruno li utilizza entrambi, ma ne stravolge i canoni e finisce per inserire elementi del dialogo nella commedia e elementi teatrali nel dialogo sconvolgendo le regole imposte dai grammatici pedanti.

Il rifiuto interno unito alla consapevolezza che un pensiero nuovo “imponeva” un linguaggio nuovo, lo spingeva a cercare forme espressive corrispondenti al suo pensiero che non poteva trovare in una lingua morta come era ormai il latino, ma in una lingua viva che poteva nascere solo da un pensiero legato al corpo e alla propria esperienza di vita e sceglie il volgare che aveva in sé la vitalità, la vivacità, la musicalità del suo idioma natìo e di quelli dei tanti novizi del convento napoletano di S. Domenico provenienti da tutte le regioni italiane.
Un fiume in piena al disciogliersi delle nevi, reso vigoroso da mille rivoli ed affluenti con espressioni dialettali, proverbi popolari, metafore oscene, figure retoriche, forme sintattiche esasperate, utilizza tutti gli elementi della scrittura per esprimere la…

L’articolo prosegue su Left del 12-18 febbraio 2021

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